“CHANSON  POSTMODERNIQUE” L’etichetta è quella curata dall’ex-Minox Marco Monfardini, responsabile anche delle pregevoli trame elettroniche e col pianista Gianluca Sibaldi dello smagliante design sonoro, spazioso e contemporaneo, di questa raccolta di intimistiche (meta)canzoni scritte e interpretate da Anna Granata, una cantante dal cospicuo bagaglio di esperienze tra musica popolare e ricerche sulla voce. Brani sorprendenti per l’arguzia della stesura (un lirico “re-edith”,  estrapolando frammenti da lettere d’amore della grande Edith Piaf)e per la sensibilità delle interpretazioni, sospese tra sperimentazione minimalistica ed echi elegiaci di chansons d’epoca. Incastonate tra gli originali, che ben richiamano la passionalità velata di malinconia della Piaf, le cover dei classici Non, Je Ne Regrette Rien e La Foule delineano ancor meglio l’approccio adottato per sottrazione: solo il violoncello di Damiano Puliti, un piano e beats elettro-glitch a scortare gli struggimenti della voce. Tra le altre cose la Granata ha dedicato un album (Avò) ad una toccante rilettura di Rosa Balistreri; qui, la pietra di paragone è casomai Bjork”.
dicembre | 2015
BLOW UP
Vittore Baroni
17 | 12 | 2015
AMADEUS
Andrea Milanesi
Édith Piaf è nata a Parigi il 19 dicembre 1915. Avrebbe compiuto cent'anni il “piccolo usignolo”, icona della chanson réaliste e figura carismatica dal temperamento forte e difficile da gestire, dotata di un talento naturale fuori del comune; un concentrato di coraggio, tenacia e determinazione in un piccolo corpo fragile ma energico, portato a spasso lungo un’esistenza consumata tra eccessi e passioni, ma totalmente consacrata alla musica e soprattuto all’amore, cercato disperatamente e donato gratuitamente, senza mai chiedere né sconti né interessi. «Canta perché il canto è in lei, perché il dramma è in lei, perché la sua gola è piena di tragedia…», scriveva di lei il poeta Léon-Paul Fargue. E da questo punto di partenza si è mossa idealmente Anna Granata per concepire il suo disco Re-Edith (Extrasync / IRD), un progetto per voce, electronics e violoncelli in cui la cantante, da anni attiva sulla scena della musica colta e popolare, ha realizzato una sintesi alquanto affascinante e originale in cui sperimentazione e nuove sonorità si vanno ad accompagnare a profondità di pensiero e di impronta creativa. Perché e da dove nasce questo disco? «Amo ascoltare la voce di Edith Piaf da molto tempo, potrei dire che la amo da quando ho cominciato a capire che le voci interessanti sono quelle che comunicano sempre qualcosa, in qualsiasi momento le si ascolti, nella cui profondità posso leggere una vita. Per me che ho dedicato tanti anni allo studio della tecnica vocale, sempre alla ricerca di una impossibile perfezione, ascoltare lei e altre maestre del suo calibro – come dimostra anche il progetto che ho relizzato su Rosa Balistreri [cantastorie siciliana vissuta tra il 1927 e il 1990, ndr] – è stato un insegnamento importante. Quando tempo fa venni in possesso di una raccolta di alcune lettere che la Piaf scrisse a un suo segreto amante, capii che avrei voluto trovare un modo per esprimere la profondità delle emozioni che vedevo affiorare nonostante gli scritti fossero pieni di ossessive ripetizioni e fossero apparentemente deliranti. Mi sono resa conto che cancellando la quasi totalità delle parole delle lettere e lasciandone solo alcune in ordine sparso, ottenevo un nuovo testo molto più forte del precedente, che corrispondeva al sentire mio e della quasi totalità delle donne, oltre a quello che pensavo fosse il sentire di Edith. Così, ho deciso che questi testi sarebbero diventati le parole di canzoni “su” Edith e non “di” Edith, mi interessava scoprirla come donna e cogliere l’occasione per fare parlare l’universo femminile. I suoi due brani sono un omaggio alla sua voglia di ricominciare nonostante il dolore». Secondo quali linee musicali e vocali si è sviluppato questo progetto? «Una volta creati i testi ho sentito la necessità di dare loro un suono, perché il mio mondo è quello sonoro e, solo così, avrei potuto veicolare al massimo il mio messaggio al femminile. Ho deciso di creare suoni con la voce e con altri strumenti, campioni ripetitivi grazie anche all’uso dell’elettronica, che esprimessero a loro volta il concetto di ridurre all’essenziale le cose da dire. Con questi campioni ho costruito una base nella quale mi sono addentrata per trovare una linea melodica che desse valore ed enfasi alle parole. Una melodia in cui la mia voce trovasse ogni libertà di espressione. Poi il musicista elettronico Marco Monfardini, la cui bravura e raffinatezza è nota a chi segue questo genere musicale, ha creato una componente sonora che attribuisse un andamento ritmico, una profondità, una collocazione nello spazio al mio lavoro. I suoi suoni originali di varia altezza, colore e intensità hanno talvolta destrutturato il mio suono iniziale per creare nuove modalità di espressione. Gianluca Sibaldi poi, ottimo musicista e compositore, ha composto le musiche per i violoncelli che hanno letteralmente legato insieme tutte le nostre idee talvolta troppo sospese in una ideale ricerca di essenzialità. Le ha impastate con il suono delle sue corde così ruvide e profonde, così vicine al cuore. Nel suo studio e grazie anche al suo lavoro di tecnico abbiamo registrato tutto questo lavoro a cui lui ha dato la veste sonora che è possibile ascoltare». Come si colloca all'interno del suo percorso artistico? «Per molti anni mi sono dedicata alla world music, alla musica popolare, ma sempre cercando di non lasciarmi andare alla tentazione di ricalcare suoni già in uso. Ho sempre reinterpretato, secondo una mia necessità di espressione canora e emotiva, i brani che decidevo di cantare. Nel fare questo ho sempre sentito la necessità di scrivere qualcosa che mi permettesse di andare un poco oltre quello che stavo facendo in quel momento. Consapevole che la tradizione è fondamentale per capire quello che siamo oggi, ho sempre creduto che sia importante guardare al di là delle nostre conoscenze, cercare di cogliere il senso di ciò che succede nel momento in cui viviamo e di ciò che sta per succedere. Per me sperimentare nuovi linguaggi musicali è fondamentale per non perdere di vista il mio tempo, il senso etico del mio lavoro. Privare la mia musica di chitarre e percussioni in questo momento ha voluto dire fermarmi, ascoltare il silenzio e ripartire da quello. Mai ho avuto bisogno del silenzio come in questo momento storico in cui tutto ciò che succede intorno appare così irrimediabilmente stonato».
25 | 01 | 2016
IL GIORNALE DELLA MUSICA
Guido Festinese
http://www.giornaledellamusica.it/approfondimenti/?id=118010 È andata invece alla scoperta dell'eredità più segreta e nascosta di una figura di donna e d'artista (che non è ridondante definire "leggendaria") un'altra voce "folk" già assai apprezzata in Italia. Si tratta di Anna Granata, che ricordiamo con Tesi, Elianto, Les Anarchistes... La figura leggendaria è quella di Edith Piaf, il "passerotto di Francia" che iniziò costretta a cantare nei locali per gli occupanti nazisti di Francia, e dopo la liberazione divenne musa ispiratrice degli esistenzialisti e di una Parigi di cultura e bellezza svanita nelle nebbie del tempo. Il segreto di Edith Piaf è racchiuso nelle pagine stampate che raccolgono le sue lettere a un amante segreto. Granata le ha lette, meditate, scelte, poi ha cominciato un lavoro di spoliazione, sottrazione, cancellazione sui testi, fino a ridurli a un nuovo, scabro riassunto di tutto quanto vi è di disperatamente vitale e significativo in quelle parole. A quel punto il testo è diventato base per una fascinosa ambientazione elettronica curata da Marco Monfardini, con il piano e il violoncello di Gianluca Sibaldi, l'altro violoncello sotto le dita di Damiano Puliti, e Gianluca Masala a sovraintendere il "live sound": echi vocali e schegge di Edith Piaf ritornano, attraversano l'ordito sonoro, e incrociano la voce di Granata. Non siamo lontani da certe avventure di Björk, in fondo, e il risultato di Re-Edith (Extrasync) è di grande, spiazzante fascino.
12 | 12 | 2015
AVVENIRE
Andrea Pedrinelli
L’omaggio italiano a Edith Piaf non è la “solita” rivisitazione di successi: ma un disco fuori da ogni canone che mette al centro Edith e non “la Piaf”. Si intitola Re-Edith e lo firma Anna Granata, cantante che viene dalla musica antica, popolare e d etnica. Nel cd, rare lettere in cui la Piaf esprimeva valori, sentimenti, sogni e disillusioni, diventano musica contemporanea con l’elettronica di Marco Monfardini e i violoncelli di Gianluca Sibaldi: uniti a voce e scelte testuali della Granata le fanno rileggere in modo sentito e riuscito, atratti toccante, un’anima; ma pure Non, Je Ne Regrette Rien e La Foule. Come nasce questo progetto? “ Sentivo di dovere molto alla Piaf ma non volevo farne le canzoni un’altra volta. Poi mi hanno regalato un volumetto con le sue lettere d’amore a un uomo che mai le rispose: e sono rimasta colpita dal suo amare ossessivo, totalizzante, come dalla sua capacità di rinascere da ogni delusione, sconfitta, umiliazione, tramite l’arte. Quando poi al museo di Firenze ho visto le opere di Emilio Isgrò, che con la tecnica della “ cancellatura” mette in evidenza solo l’essenza da comunicare, ho capito come proporle. Ne ho cancellato quanto era troppo e lasciato quanto parla davvero di me, di lei, in fondo di ogni donna.” Nessuna paura di critiche o di perdere Edith Piaf? “No, volevo stare lontana dalle ovvietà e focalizzarmi proprio sulla sua mente: a perte le due canzoni che riprendo, a omaggio intimo per la musica che amo del suo repertorio. Quindi sample machine sulla voce, che diviene essenziale e struttura armonica, oltre che ponte dei testi. E’ l’era del troppo, volevo asciugare: parole e voce, poi solo l’elettronica per coinvolgere e il violoncello per tenere calore” I testi parlano di sofferenza, il finale del cd è quasi angoscioso: “Edith Piaf” testimonial per la verità della donna nell’era dei femminicidi? “ c’è anche questo,sì. Corpo e anima delle donne sono oggi vittime di intendimenti culturali sbagliati, e la Piaf ha subiito certi drammi prim: amando in purezza senza curarsi dei comportamenti dell’altro” Dove sta la contemporaneità della Piaf per lei? “Era un’artista totale immersa in quanto faceva ma sempre attenta al mondo; non si lega a un’epoca né alla Francia e basta. Edith Piaf siamo noi donne, tutte: quando ci fondiamo con la nostra anima e viviamo le nostre emozioni senza filtri o paure. Spero che questo lavoro giri a testimoniarlo anche all’estero.”
01 | 01 | 2016
DISCOCLUB65
Guido Festinese
http://www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6284-re-edith.html Edith Piaf sta alla canzone francese più o meno come Billie Holiday al jazz: due figure luminose e tragiche al contempo, due esempi di fragilità che si fanno arte vera e celebrazione dell'incontro con gli altri. Lei, la donna minuscola come una bambola cresciuta nella precarietà più assoluta e costretta a cantare  per i nazisti, durante l'occupazione, fu la musa inquieta ed intelligente degli esistenzialisti, che si riconoscevano nella tenacia pudica delle sue parole, e nelle interpretazioni che mettevano in scena la vita accanto all'arte. Anna Granata non è un'appassionata delle canzoni di Edit Piaf: la magnifica vocalist ascoltata in Elianto, Anarchistes, e accanto a Riccardo Tesi ha voluto invece ricercare la donna vera, sotto le spoglie del mito che comunque tutto confonde e impasta. Così ha selezionato dalle lettere segrete della Piaf a un uomo rimasto sconosciuto frammenti di frasi, le ha ulteriormente disseccate ha aggiunto testi, ha creato campioni sonori,  poi s'è affidata alle cure di Marco Monfardini, esperto di elettronica, e alle partiture e suoni per violoncelli di Damiano Puliti e Gianluca Sibaldi. Risultato: un montaggio sonoro fibrillante ed inquieto, molto vicino a certe cose di Björk o di Laurie Anderson. Ascoltare per credere. E per andare a riascoltarsi, con orecchie nuove, Edith Piaf.
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